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La cena di Oberto
Omaggio a Franco di Francescantonio
Saloncino del Teatro della Pergola 12 Gennaio 2009
Oberto è un uomo timido, timoroso, “inadatto alla vita” come direbbe Kafka. Sopra la sua testa aleggia la figura di una madre morbosa, possessiva e punitiva che condiziona il suo comportamento e il suo pensiero. Ma un bel giorno sente la necessità di ribellarsi, di dare una nuova direzione alla sua esistenza, e per farlo decide di organizzare per la prima volta una cena a casa sua. Vuole che sia un’occasione speciale, una bellissima cena dove tutti dovranno divertirsi. Comincia a fare la lista degli invitati, cercando le persone giuste per la buona riuscita della cena. Per lui è un evento molto importante, non può lasciare nulla al caso. Deve evitare spiacevoli inconvenienti, come ad esempio che una coppia appena separata si ritrovi allo stesso tavolo, ma i dubbi riguardano anche la disposizione dei posti. Deve tener conto di screzi, inimicizie, affinità. La sua galoppata di nomi e di riflessioni viene interrotta di tanto in tanto da telefonate e visite di sua madre più o meno immaginarie, ma anche da lontani ricordi che gli riportano in mente la voce di sua madre. Una mamma affettuosa che lo sgrida, lo riprende, lo consiglia, lo mette in guardia sulla cattiveria del mondo, lo guida come un cagnolino. Ma ogni volta riesce a vincere la sua soggezione e riprende a organizzare la mitica cena. Continua a nominare gli invitati e a riflettere su dove devono sedersi, e a un tratto comincia a parlare con loro come se già fossero presenti: la sua immaginazione ha preso il sopravvento. Per non avere sorprese continua a fantasticare su quello che succederà, fino al disastro finale che lo costringerà a buttare tutti fuori di casa. In quel momento squilla il telefono, quello vero, e Oberto si blocca: quel segnale concreto lo fa sprofondare di nuovo nella sua impotenza.
Franco veniva spesso a cena a casa mia, e ogni volta arrivava il momento in cui mi faceva ridere fino a farmi cadere dalla sedia, raccontandomi di persone che aveva incontrato o di situazioni in cui era andato a ficcarsi per via di amici di amici di amici che lo coinvolgevano in "serate teatrali" assurde, e alle quali (questo lo aggiungo io) lui cedeva per pura generosità. Ma c'era anche il momento in cui mi parlava di "atmosfere teatrali" immaginarie che lo affascinavano, o di spettacoli che avrebbe voluto realizzare... se mai qualcuno li avesse scritti. A volte erano sogni vaghi, frammenti di scene, situazioni slegate da qualsiasi storia, altre volte erano idee più compiute. Una sera mi parlò di uno spettacolo che gli ronzava in testa da tempo: un solo personaggio in scena, un lungo tavolo, una profonda e disperata solitudine. Ma la storia doveva essere raccontata con ironia, per mordere più a fondo. La mattina dopo cominciai a scrivere La cena di Oberto, e la sera l'avevo già finita. Quando portai il testo a Franco (non c'era ancora Internet), lui mi guardò come fossi matto. Mai si era immaginato che due chiacchiere fatte davanti a una bottiglia di vino potessero diventare fogli scritti... e in così poco tempo. Dopo aver letto il testo, mi telefonò: ovviamente la storia non era "proprio uguale" a come lui l'aveva immaginata, ma si era divertito a leggerla e così decidemmo di provare a metterla in piedi. Non ci siamo mai riusciti. La versione di oggi è stata riscritta, modificata, tagliata e ricucita, ma lo spirito della storia è rimasto tale e quale ad allora. Tutto ciò è successo negli ormai lontani primi anni Novanta, molto tempo prima che pubblicassi il mio primo romanzo. A Franco non importava nulla che l'autore di un testo avesse "un nome", le sue scelte erano guidate da altri principi: il suo gusto personale e il piacere di lavorare con gli amici.
Marco Vichi
di Marco Vichi da un'idea di Franco di Francescantonio
Musiche di Massimo Buffetti - Interpretazione e regia di
Lorenzo Degl'Innocenti - Con l'amichevole collaborazione di Alessandro Benvenuti, Riccardo Massai e Lella Costa - Violoncello Sun Ah Choi, Suono Roberto Nigro |