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"Un tipo tranquillo" l'ultimo romanzo di Marco Vichi
uscito il 28 maggio 2010
- Guanda Editore

« Amore? Ti sei addormentato? »
Mario aprì gli occhi, allungò una mano e abbassò la musica. Si mise a fissare la porta, un po’ irritato, e sentì bussare di nuovo.
« Cosa c’è? »
« Sono le otto e mezzo... »
« Arrivo. »
« Ho già buttato la pasta. » Sua moglie aveva sempre quel tono gentile, da trentasette anni. Quella sera, per la prima volta, la sua gentilezza lo infastidiva.
« Arrivo... »
« È successo qualcosa? Stai bene? » Gisella aspettò una risposta che non sarebbe arrivata. Mario la sentì finalmente ciabattare verso la cucina, e gli scappò un sospiro. Si aggiustò gli occhiali sul naso. Alzò di nuovo la musica e chiuse gli occhi. Le Sinfonie Celebri di Rossini, dirette da Toscanini. Era la prima musica che aveva ascoltato, da bambino, seduto sulle ginocchia di suo padre che abbracciandolo mugolava le stesse note soffiando un alito tiepido sulla sua guancia. Dopo la prima volta, aveva chiesto spesso a suo padre di tenerlo sulle ginocchia ad ascoltare quella musica. Per lui era una specie di magia che dal grammofono e dalle labbra di suo padre uscisse la stessa melodia, una musica da grandi che però era divertente. Ancora oggi era uno dei dischi che ascoltava di più. Anzi, in certi periodi ascoltava solo quello. Gli piaceva ritrovare ogni sera quelle stesse note, e ripercorrerle con la mente in ogni minimo particolare. Gli dava una sensazione di benessere che in altre faccende non riusciva a trovare. O forse non era il benessere che cercava in quella musica, ma un punto fermo, una certezza rassicurante a cui attaccarsi. Ormai conosceva anche i toc dei graffi. Ce n’era uno particolarmente rumoroso che anticipava di un secondo la carica del Guglielmo Tell, ma ormai se non lo avesse sentito gli sarebbe mancato. In quel periodo lasciava le Sinfonie direttamente sul piatto, protette dal coperchio. Doveva solo accendere l’impianto e premere un pulsante.
Non si decideva ad alzarsi. Stringeva i denti ritmicamente, seguendo la musica, e immaginava i muscoli delle mascelle che si gonfiavano. Si aspettava da un momento all’altro che sua moglie bussasse di nuovo, e sapeva già che le avrebbe risposto male. Ma forse era proprio questo che voleva. Un’occasione per... Immaginò la scena, e si vergognò. Cosa c’entrava Gisella se lui si sentiva in quel modo? Era una cosa tutta sua, non doveva farla pesare sugli altri. E poi com’è che si sentiva? Doveva essere solo stanchezza, per via della primavera. Non solo stanchezza, a dire il vero. Anche una strana agitazione, sotto la pelle, come se miliardi di formiche minuscole gli camminassero dentro le vene. Se ci fosse stato un motivo, avrebbe detto che si trattava di rabbia. Ma per cosa avrebbe dovuto essere arrabbiato? E con chi? Quella mattina si era svegliato di ottimo umore, e adesso invece era come se avesse perso ogni gioia.
Quella stanza era il suo buco. Lo chiamava così solo mentalmente, non lo sapeva nessuno. Era stata la stanza di sua figlia, prima che lei se ne andasse via di casa per sposarsi. E lui l’aveva trasformata nel suo buco. Una poltrona marrone abbastanza comoda, con lo schienale spinto contro un angolo, e un poggiapiedi imbottito che era stato di sua madre. Una libreria con vecchi libri letti e riletti, una lampada a piede, un mobile per l’impianto stereo e per i dischi. Aveva anche un lettore per i cd che gli aveva regalato suo figlio, ma non lo aveva mai usato.



 

 

 

 
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